sabato 18 luglio 2009
Diretta incontro con Borsellino e Travaglio, ore 17,30 del 23/10/09
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mercoledì 24 giugno 2009
Contea di Ulùla, nello Stato estero della ’ndrangheta. Eletto Brachicefalo. I "deboli" non si inchinano
Questa sotto è una storia inventata, al cui cospetto anche il famoso libro che contiene il verso «arma virumque cano» appare rigorosa cronaca di eventi.
Il testo che segue, dedicato con stima all’amico e collega Paride "Il ciromista", può girare dappertutto. Divulghiamolo liberamente, sapendo che nessuno potrà mai querelarci, non essendoci riferimenti a luoghi e personaggi reali. In particolare, pubblicandolo sui blog impegnati, offriremo al lettore, qualunque sia la sua provenienza, degli spunti per la lotta alle mafie e al malaffare, che si possono vincere con la parola e la creatività. Vi chiediamo solo di far girare il più possibile questo scritto, convinti che ciò sia particolarmente utile. Anzitutto ad allargare la coscienza sulle priorità politiche.
Persino i peggiori cedono. L’eletto è di regola riverito, pure da chi, con ostinata opposizione, non l’ha portato e votato.
A volte, l’opportunismo è perfino naturale; c’entra Darwin. Conviene il mea culpa, bisogna dare l’impressione di pentirsi, come folgorati dal nuovo capo, la cui legge è impietosamente nei numeri.
E’ d’uopo fingere. Occorre recitare, imparare a strisciare come serpi, giacché inginocchiarsi è insufficiente e può svelare i veri intenti. Per un problema di postura, di colonna vertebrale, di scarso controllo dei muscoli facciali.
E’ assurdo avversare i cavalli di razza; è un gioco al massacro, illogico, inutile, rovinoso. E’ stupido farlo, se è verosimile che vincano. Ma è da pazzi seguitare, se questi, scelti dal popolo, prima entità metafisica, sono giunti al potere in tripudio. Salvo che, per ulteriore perversione, non si voglia attenderne l’investitura ufficiale, prima di cambiare i connotati.
Noi siamo più che peggiori, siamo "pessimi", "osceni", citando per Bene; irriverenti. Va detto, non abbiamo né capo né, soprattutto, coda. Per cui non possiamo abbassare questa appendice animale, pur volendo. La vita ci ha ridotti a cani da guardia, con le orecchie appuntite, rabbiosi, uno spoilerino all’osso sacro, forse minuscola antenna satellitare.
Dunque, consapevoli dei nostri limiti anatomici e cerebrali, diremmo pure biochimici, proseguiamo alla stregua di kamikaze; evitando la sottomissione di rito - ai margini per altri anni, in cui governerà Brachicefalo. Egli è l’eletto, l’Illuminato della Contea di Ulùla, luogo del possibile e dell’improbabile, nello Stato estero della ’ndrangheta. A scanso di equivoci, scriviamo Stato con la maiuscola per non significare "condizione".
Brachicefalo, personaggio di mera fantasia creato da penne di elettronico qualunquismo, ha passato il turno, battuto l’avversario a furor di popolo. Sicché sono iniziate le danze, come sempre: tir e uomini fumanti nelle strade di Mànnara, in cui la gente brama scure e Boia come fossero cibo. Tanto rumore e sudiciume, volantini, cartelli, striscioni e cartacce sparsi in terra. Passerà qualcuno a raccattarli, magari non pagato, e finiranno in una nuova, mirabolante discarica; un’idea di Brachicefalo, dominatore incontrastato, al di sopra della Cupola.
C’erano tutti alla festa della notte, la prima d’una lunga serie, sicuro l’esito dell’adunata. Tirapiedi e lustrascarpe, attacchini e piattole, fellatori e "lingue allenate a battere il tamburo". C’erano gli efebi e i gradassi, gli usurai e i crapuloni, i ruffiani e i prenditori, gli scribacchini e i pasticcieri, i venduti e gli ominicchi. C’era il meglio d’una minoranza rupestre, amante di obbrobbrio e sodomia. Sì, perché in tutta la nazione, da "Addah" a "Rio Tada", la filo-sofia è stata identica: schifare i cittadini per eleggere gli schifosi.
Così, per l’ultimo voto, nello Stivato dell’indecenza periodica s’è giusto pronunciata la minoranza; stando "alta sui naufragi", cioè in dissenso, la maggioranza degli aventi diritto.
Nelle altre contee dell’Itanta, è avvenuto uguale: i baroni sono andati a palazzo coi voti della minoranza, più considerata della maggioranza astenuta; evidentemente intollerante, stanca di promuovere il meno peggio.
E allora via all’agricoltura, ché crescano piselli e fave, con fanciulle a battere decreti e relazioni per semenza. Spazio ai giovani, che si occuperanno di sbucciare lupini in cambio di fiorini e fioretti.
S’apra lo zoo, con l’Ippopotamo nella melma, immune dal procombere, pio e smargiasso cogli operai; la Iena che, pingue, sghignazza spelacchiata; il Criceto che si rigira mentre i baffi lo precedono; l’Orso ludico incollato al videopoker; il Maremmano che, piegato, traduce il gregge; la Pantera che si distende; il Cinghialino che si sollazza, il Macaco che perpetua lo ieri.
Nelle more e nei lamponi, la ’ndrangheta si rafforza, i "casalesti" permangono costruttori in Contea e un Garofano aderisce alla Salta, la società dei balzi.
Brachicefalo, vecchio regista inamovibile e garante dell’altrui lavoro, si gode lo spettacolo; tronfio e camaleontico. Sarà il baluardo, stavolta, della legalità. Lui che la Contea l’ha affossata con elargizioni, oppressioni, afflizioni, speculazioni, abusi e trame perfetti.
"Ma noi no", non lo riveriamo. Pur "deboli", non lo faremo. A costo di crepare.
23 giugno 2009
Emiliano Morrone
Francesco Saverio Alessio
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venerdì 5 giugno 2009
lunedì 22 dicembre 2008
De Magistris, Saladino, Pittelli, Chiaravalloti, Santoro, Di Pietro, Travaglio, Masciari e "la Voce di Fiore": vincitori e vinti nell'Italia calabra
Giovedì scorso, il 18 dicembre a.D. 2008, Michele Santoro ha dedicato una puntata della sua Annozero alla vicenda delle inchieste sottratte a De Magistris, Poseidone e Why not. La terza sul magistrato più scomodo d’Italia, in un anno.
Come sapete, queste inchieste sono state trasformate in un mistero buffo e assieme tragico. Buffo per i vari rapporti d’amicizia e lavoro che risultano dai fatti: il procuratore capo di Catanzaro è amico e assistito dell’avvocato sotto inchiesta. Questi, poi, non è membro della sezione sportiva del club dei goliardi. Sta, invece, in commissione parlamentare Giustizia ed è il riferimento del partito di Berlusconi in Calabria. Mistero tragico, invece, per il decesso della giustizia, andata per eutanasia nel silenzio generale; muta pure la Chiesa di Roma, che in materia interviene sempre.
Lo stesso giorno, l’imprenditore Pino Masciari, che ha denunciato ’ndranghetisti e collusi, ha avuto l’udienza al Tar del Lazio circa la revoca della sua scorta; che gli torna a intermittenza, pare senza una logica.
Decine le delibere degli organismi di sicurezza che, rincorrendosi, stabiliscono condizioni e possibilità di movimento del testimone di giustizia, il cui rischio rimane molto elevato.
Come prevedibile, niente scorta per l’udienza al Tar, Masciari è stato protetto dai suoi amici: giovani venuti da Torino, Udine, Trento, Roma.
Le alte sfere della politica non possono capirlo, e forse non vogliono che vada in giro a parlare di legalità e giustizia. Masciari è più pericoloso adesso che in passato: ha séguito, credito, consenso e argomenti. Aggrega, organizza, interviene, parla, s’incazza. A noi sembra che qualcuno voglia farlo passare per matto. Lo stesso ci viene da pensare per Giuseppina Cordopatri, che è fissa in tribunale, e altri testimoni di giustizia.
Ai piani alti del «palazzo» la scorta c’è, per quanto non serva.
I santisti della ’ndrangheta, così si chiamano i capoccioni dell’organizzazione internazionale made in Calabria, non deciderebbero mai l’uccisione d’un gubernator romano o locale.
Intanto per convenienza, visto che la politica dispone per legge e ciò può tornare sempre utile all’«onorata società», perseguitata dai vari Gratteri e Bruni, giudici non ancora allontanati dalla Calabria.
In secondo luogo, c’è una ragione che si deduce da certi, pacifici rapporti fra "Cosa nuova" (la ’ndrangheta), e il potere politico.
Con l’italico garantismo, aspettiamo di vedere la pronuncia della Cassazione, prima di esprimerci in definitiva sui vari consiglieri della Calabria accusati d’aver ricevuto una mano dalla ’ndrangheta, magari in cambio d’un regalino o d’un piacere. In tempi di crisi e sofferenza, siano entrambi leciti.
Ricordiamo, quale esempio di pendenze sui rapporti fra mafie e politica, il caso del consigliere regionale calabrese Franco La Rupa, il caso del consigliere regionale calabrese Pasquale Tripodi, il caso del consigliere regionale calabrese Dioniso Gallo, già vicepresidente della commissione regionale Antimafia; difeso, nel processo "Puma", dal parlamentare Giancarlo Pittelli, già indagato da De Magistris e già amico e difensore dell’ex capo della Procura di Catanzaro, Mariano Lombardi.
In diverso modo, La Rupa, Tripodi e Gallo avrebbero incrociato personaggi non appartenenti all’oratorio, a Emergency o a Missione 2000, associazione di volontari in Africa fondata da don Battista Cimino, sacerdote diocesano scampato a diversi attentati.
Ripetiamo, a evitare equivoci e sanzioni, nell’ordinamento italiano vige la presunzione di non colpevolezza sino all’ultimo grado di giudizio. Presunzione che non può impedirci una valutazione etica su quanto sta avvenendo in Calabria, dove i fondi europei sono spariti, la disoccupazione e l’emigrazione aumentano e la rassegnazione e il familismo hanno distrutto molte possibilità di aggregazione civile, di resistenza e reazione.
Torniamo a Santoro e ad Annozero. Il buon Michele, che conosce perfettamente il mezzo televisivo e sa gestirlo con impeccabile professionalità, ha invitato Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione nazionale magistrati, il deputato Niccolò Ghedini (Pdl), legale di Silvio Berlusconi, Massimo Giannini, vicedirettore di La Repubblica, Tonino Di Pietro e Carlo Vulpio, cronista del Corsera sollevato dall’incarico a Catanzaro. In collegamento video Vittorio Grevi, ordinario di Procedura penale nell’Università di Pavia.
Nel giornalismo serio, si prevede che si confrontino più voci, che s’ascoltino diverse campane, che ci siano, in breve, pari opportunità. Degli squilibri sarebbero riprovevoli e inficerebbero l’imparzialità che si conviene alla stampa sana e democratica.
Parte la puntata di Annozero, e, dopo uno scontro fra Di Pietro e Ghedini sulle «guarentigie» costituzionali dei parlamentari, s’arriva al decreto di perquisizione della Procura di Salerno nei confronti della Procura di Catanzaro.
Immediatamente, si capisce, direbbe Pirandello, «il giuoco delle parti». Ghedini e Cascini rilevano a turno la mole cartacea del decreto e una mancanza di argomenti decisivi per l’individuzione di responsabilità e rapporti emersi nell’indagine di Salerno. Indagine che, come sapete, mira a stabilire, archiviata la posizione di De Magistris sul suo operato a Catanzaro, se in quel Palazzo di Giustizia ci siano state azioni di magistrati contrarie alla ricostruzione della verità.
Ghedini è l’avvocato di Berlusconi, vale ribadirlo, per dovere di cronaca.
Il discorso finisce sulla corposità del decreto di Salerno. Ghedini ce l’ha con le "troppe" pagine - 1.700, 1.500 o 1.400, a seconda che si consideri l’intero blocco o se ne levino delle parti introduttive - dell’atto salernitano.
Il roccioso Di Pietro replica al parlamentare del Pdl, che prosegue il suo ragionamento sul volume cartaceo del decreto di Salerno.
Con simpatia, Di Pietro si ferma sul contenuto dell’inchiesta salernitana, che, si sottolinea, intende stabilire se qualcuno ha inteso bloccare le inchieste Poseidone e Why not, rispettivamente sui depuratori calabresi e su un presunto comitato d’affari, attivo, nell’ipotesi dell’accusa, per rubare miliardi dell’Unione europea destinati allo sviluppo della Calabria.
Mentre Cascini - che, per non dimenticare, rappresenta tanti magistrati italiani - fa lezione ai colleghi di Salerno, precisando quali sono gli elementi essenziali da inserire in un decreto di perquisizione.
Così, prosegue la favola della battaglia tra le due procure, e scompare progressivamente l’oggetto della questione.
Per fortuna, c’è Marco Travaglio, il quale, con chiarezza e precisione, ricorda che cosa c’è di mezzo: corruzione in atti giudiziari, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, falsità ideologica e favoreggiamento personale.
Magistrati, imprenditori e politici sono toccati dall’inchiesta di Salerno, che ricostruisce una rete inimmaginabile di relazioni amicali o d’affari alla base di operazioni atte a impantanare Poseidone e Why not.
Leggendo le pagine di Salerno, viene voglia di rinunciare alla propria identità. Perché oggi essere italiani significa soggiacere a un potere oscuro che non si scova e che rovinerà chiunque vorrà individuarlo. Quali diritti, quale Costituzione, quale eguaglianza di fronte alla legge? E, soprattutto, chi fa e chi, in ultimo, interpreta la legge? Come? Con quale principio e fine?
Ovviamente, gli atti di Salerno non stabiliscono nulla di definitivo: la giustizia ha il suo iter, che va rispettato sino in fondo.
E se fosse vero lo scenario in quei documenti? La sola ipotesi avrebbe dovuto suggerire a Cascini un atteggiamento più prudente, a stima della gravità delle imputazioni, anche se non sono in sentenza.
Ma in Italia c’è un nuovo attacco alla magistratura, che deve necessariamente essere privata degli strumenti per assicurare i colpevoli alla giustizia. Vedremo come finirà con le intercettazioni e con l’insistenza della maggioranza su misure per i meri reati di mafia. La parola «mafia» serve a confondere l’opinione pubblica, e questo lo diciamo ormai in tutte le salse. La mafia è soltanto i Riina, i Provenzano, gli Schiavone e i Pelle, tanto per fare un esempio di misera convenzione?
L’Italia è per gli italiani un Paese di africani e romeni pericolosi, di città insicure o sozze, per cui il governo ha prontamente rimediato; televisivamente risolvendo, in realtà.
Il giudice palermitano Antonino Ingroia rammenta spesso la trattativa degli anni Novanta. Come Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Le stragi e i lutti di quell’epoca furono opera della mafia, punto e basta?
Leggete Colletti sporchi, di Ferruccio Pinotti e Luca Tescaroli. Ci sono, nel Belpaese, troppi capitoli aperti e casi irrisolti. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi ebbero davvero un ruolo decisivo, in quegli anni di tritolo e morte dello Stato? Questa è solo una domanda, che speriamo sia ancora legittimo porre, in un Paese con una Costituzione.
E le indagini di De Magistris, lo chiediamo a Santoro, non hanno nell’inchiesta di Agostino Cordova a Palmi il precedente storico che illumina su probabili collegamenti tra poteri occulti e tipicità calabresi?
Che cosa è la Calabria? E’ solo il sangue sparso a Locri, a San Luca (Reggio Calabria), a Crotone, a Duisburg, o è terra di conquista e affari in cui l’assistenzialismo e le amicizie dei signori (massoni?) hanno ucciso lo sviluppo culturale ed economico, causando la nuova emigrazione dei giovani?
Roberto Saviano, vieni in soccorso di chi, come noi di "la Voce di Fiore", non dorme più la notte e ha perduto perfino la capacità di sognare. Dici, scrivi, te lo stiamo chiedendo da tempo.
Quale orizzonte, quale futuro per i ragazzi della Calabria, se i soldi pubblici mancano, la società sparisce, la denuncia è vinta e la voce è spezzata, forse più di quella del "rimosso" Vulpio?
Noi, piccoli e inascoltati, nel libro "La società sparente" (Neftasia, Pesaro, 2007), che non deve esistere, abbiamo scritto che il tragico - per gli effetti - abbandono della Calabria è l’unica possibilità per chi non vuole sottomettersi alla Ndrangheta, che sarebbe la consorteria di politica, occulto e ’ndrangheta.
Quanti collegati ci sono in Calabria, in grado di tramare e gestire politicamente masse supine?
Che cosa ci ha insegnato Why not, se non che il sistema è marcio, incancrenito, la collusione è capillare e la corruzione legittimata?
L’inchiesta di De Magistris è solo un teorema? Esiste sul serio la guerra fra procure o l’inchiesta di Catanzaro su Salerno è una forzatura supportata dalla stampa, che ha concorso a costruire l’immagine d’una magistratura prepotente e inaffidabile?
Non era forse competente Salerno su Catanzaro, e non viceversa?
Il trasferimento di De Magistris non si può considerare l’ennesimo abbandono della Calabria, sia pure imposto, da parte di una coscienza che ha provato a cambiare le cose secondo la legge?
Noi calabresi dovremmo restare indifferenti, dovremmo vivere la nostra quotidianità nella consapevolezza dell’impotenza?
Quanto è diversa la vicenda di Why not da quella di Mani pulite?
Possiamo pensare che, per comodità politica, è proibita una lettura oggettiva del caso calabrese, che non riguarda semplicemente le «armate» del crotonese, della locride, del reggino e i traffici miliardari fra ’ndrangheta e cartelli colombiani?
Che cosa è questa Calabria, in cui tutto avviene al di fuori di ogni legge e giustizia umana?
Quale uomo onesto vorrà collaborare, osservando ciò che sta avvenendo a Pino Masciari, al quale denunciare la Ndrangheta è costato l’allontanamento e l’insicurezza perpetui?
Ripetiamo per l’ennesima volta, la Ndrangheta è altro dalla ’ndrangheta. Nessun professor Masciandaro, stimato economista, potrà valutare il fatturato della Ndrangheta.
Conta qualcosa questo nostro grido di rabbia e dolore?
Giuseppe Chiaravalloti, ex presidente della Regione Calabria, può essere responsabile della nostra privacy, in quanto vicepresidente dell’autorità di garanzia, dopo le cose ipotizzate in ordine alle inchieste, perdute, di De Magistris?
Circa Why not, tra i destinatari della recente conclusione indagini figurano diversi politici "eccellenti": dal deputato Giovanni Dima, del Pdl, ex consigliere regionale calabrese di An, al presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero. Quindi, l’ex presidente, Giuseppe Chiaravalloti; il capogruppo del Pd alla Regione ed ex vicepresidente della Giunta, Nicola Adamo; l’ex consigliere regionale dell’Udc Dioniso Gallo; il consigliere regionale di Forza Italia Giuseppe Gentile; gli assessori regionali Luigi Incarnato dello Sdi e Mario Pirillo del Pd. Le persone indagate a vario titolo dalla Procura generale di Catanzaro costituivano - secondo l’accusa - «uno stabile sistema clientelare»
Nessuno è colpevole finché non lo stabilisce la Cassazione. Per certo, corre una bella differenza fra la nostra nazione e altre, del nord europeo. Lì basta nulla, per un discorso etico, a spingere un uomo delle istituzioni a dimettersi. Ma questi signori coinvolti in Why not si ripresenteranno agli elettori, magari, come accade spesso, con un nuovo abito ed un altro linguaggio.
Noi di "la Voce di Fiore" stiamo morendo, ma ce ne andiamo con dignità. Probabilmente perché sono anzitutto i nostri concittadini calabresi a non volerci. Chiuderemo a fine mese, come annunciato.
Siamo vinti, e lo scandiamo con dignità. Abbiamo perso. Ma abbiamo ancora una piccola speranza. Finché c’è parola, c’è vita. Anche se la parola non deve mai essere isolata. Altrimenti diventa follia.
22 dicembre 2008
I ragazzi della rete di "la Voce di Fiore"
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martedì 9 dicembre 2008
La Voce di Fiore e la sua rete rischiano di chiudere entro fine anno
Né a destra né a sinistra. E nemmeno a centro. Privi di tessere, protettori, sponsor, padroni. Squattrinati e liberi, come tanti ragazzi in Italia e nel mondo. Bamboccioni, precari, utopisti a piede libero. Seguaci, recidivi, d’un umanesimo fuori tempo: fuori schema, fuori bilancio. Coerentemente rumorosi.
Non abbiamo preso ordini, non ci siamo venduti, non siamo saltati sul carro dei vincitori, non ci siamo piegati, non abbiamo taciuto. Mai. Duri, testardi, leali nel confronto.
Dal 2004, da quando esiste “la Voce di Fiore”, abbiamo vigilato su fatti, anomalie, operazioni e vergogne del potere, senza risparmiarci, senza sconti a nessuno.
Dall’assessore comunale all’avvocato massone a palazzo, dal bando truccato al colossale scandalo sulla giustizia. Dal disabile scaricato, al cancro per merenda a innocenti, piccoli e indifesi. Dagli appalti pilotati alle consulenze inutili, dai diritti negati alla libertà di informazione. Dalla scuola all’università, alla ricerca scientifica. Dalla dignità dei gay alla condizione dello straniero. Dalle scalate alle speculazioni finanziarie. Dalle lobby farmaceutiche alla libertà di cura. Dagli emarginati ai deboli, ai poveri, agli ultimi. Dagli abusi alle violazioni. Dai santisti agli eroi dell’antimafia, martiri del silenzio. Dall’ambiente all’oro sporco dei rifiuti. Dalla periferia ai nodi dell’Impero. Dalla Calabria dei legislatori inquisiti, arrestati o sospetti, all’Italia della corruzione; galoppante, vincente, esemplare. «Dalla decrescita serena» al gioachimismo convinto, all’idea d’un pianeta diverso, equo, solidale, pacifico; fatto di tolleranza, carità, rispetto delle culture, delle religioni. Della vita. Dalla memoria alla storia; dalla coesistenza delle identità al dialogo politico, capace di fermare crociate e terrorismo, recuperando sul mercato selvaggio e spietato. Ci siamo occupati di questo e altro, sulle nostre pagine e sui siti della nostra rete, creata con sacrificio quotidiano: ndrangheta.it, lasocietasparente.blogspot.com, emigrati.it, emigrati.org. Nemici del lucro e dei riflettori, dell’idiozia e del qualunquismo.
Lo abbiamo fatto per passione civile, consapevoli dei nostri limiti, delle nostre forze e del nostro progetto di emancipazione culturale e politica costruito dal basso, aperto, sincero, onesto. Un laboratorio senza scadenze, mandati e finanziatori. Un laboratorio che ci ha portato a formare un gruppo coeso. Un gruppo che ha organizzato tante iniziative culturali (i "Quaderni" del prof. Federico La Sala", festival filosofici, spettacoli teatrali, concerti musicali); che, per la dedizione di Francesco Saverio Alessio, ha tenuto contatti e scambi con gli emigrati; che, per la rabbia di Alessio, Emiliano Morrone e Biagio Simonetta innanzi all’espansione della ’ndrangheta, ha seguito inchieste sugli intrecci fra criminalità classica e nascosta - con viaggi perfino all’estero, in zone di frontiera.
Oggi, dopo “La società sparente”, libro su ‘ndrangheta e politica che ci è costato tribunali, intimidazioni, pressioni, minacce e isolamento, ci ritroviamo con un grave passivo, che, a conti fatti, è di diecimila euro. Da soli, abbiamo organizzato iniziative a sostegno di testimoni di giustizia, abbiamo percorso lo Stivale parlando di legalità a giovani come noi; nelle piazze, nelle scuole, nelle università. Abbiamo ascoltato la loro preoccupazione, comprendendo il loro senso e il loro bisogno di giustizia e verità. Questo senso e questo bisogno lo abbiamo rappresentato, esposto, interiorizzato, riverberato. Abbiamo raccontato vicende e protagonisti d’un malaffare diventato progressivamente normale, impunito e inarrestabile. D’un sistema, calabrese e nazionale, che sembra avere la meglio, purtroppo, sul popolo dei comuni mortali; quelli che si sbattono, dato che i fondi per la cosa pubblica spariscono a vantaggio di «colletti sporchi», allenati a fingere e tornare a galla. Abbiamo proposto soluzioni e cercato di coinvolgere istituzioni laiche e religiose, mai chiedendo denaro. Abbiamo lavorato, faticato, ricevuto batoste e colpi bassi. Al nostro fianco, abbiamo sempre avuto chi ha sperato e non si è lasciato abbattere da certa strategia della paura. Abbiamo avuto uomini liberi e generosi come Gianni Vattimo, docenti illuminati, figure di un’antimafia combattiva e legata ai princìpi costituzionali. Non ci siamo arresi, persuasi che l’informazione corretta e il senso critico costituiscono la base d’una sana e civile democrazia.
Siamo partiti da una piccola comunità, quella di San Giovanni in Fiore (in provincia di Cosenza), forse il comune più assistito d’Italia, dove la formazione del consenso e delle rappresentanze si basa, come nel resto del Mezzogiorno, sul bisogno e la disperazione delle masse. Da lì - nella vicinissima area crotonese, nel 2007 sono state uccise 2,2 persone ogni 10.000 abitanti - c’è toccato andar via. Per la nostra tranquillità e il nostro futuro. Ciononostante, abbiamo continuato a seguirne le sorti. Abbiamo raccolto e accolto segnalazioni e denunce da ogni angolo d’Italia, intervenendo all’occorrenza. Questo giornale on -line, che non ha mai voluto pubblicità, ha superato i tre milioni di visitatori effettivi (4 milioni e mezzo con i siti della sua rete). Ha offerto dibattiti e spazi a chiunque, parteggiando per l’intelligenza, la libertà e i più umili.
Non avremmo mai voluto scrivere questa lettera pubblica, che in qualche modo sa di sconfitta. Oggi, se vogliamo proseguire come sempre, siamo obbligati a chiedere un aiuto materiale a quanti condividono le nostre idee e confidano nel nostro impegno. Chiediamo, pertanto, una donazione spontanea, incondizionata, libera.
È anche vero che le battaglie si conducono con le risorse, mancando le quali si è ancora più a rischio, in balia di soggetti che aspettano, trepidanti, che si spenga la nostra voce, la voce di chi ci esorta, di chi crede nelle nostre azioni e nei nostri propositi.
Speriamo, con la sensibilità e l’attenzione di chi vorrà sostenerci, di riuscire a continuare come sempre. Ci auguriamo di recuperare al più presto almeno il debito accumulato nel tempo. Pertanto, ci poniamo una scadenza simbolica, per il raggiungimento dell’obiettivo che è, come già detto, di soli diecimila euro. La scadenza è al 31 dicembre 2008.
Vorremmo subito costituire una rete di protezione per gli scrittori antimafia, e sappiamo che possiamo farla, con la generosità di chi ne comprende l’importanza.
Ci affidiamo, sereni, ai nostri lettori e a chi vuole, per sua scelta, contribuire alla nostra sopravvivenza. Senza possibilità di respirare, dovremo dire addio alla nostra lotta civile, chiudendo bottega a fine anno e incominciando il 2009 con tanti cocci da raccogliere. Grazie di cuore a tutti.
9/12/2008
I giovani della rete di "La Voce di Fiore"
"la Voce di Fiore" renderà pubblicamente conto del sostegno ricevuto e di come sarà utilizzato
Per aiutarci:
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intestata a Biagio Simonetta
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ABI 05256
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venerdì 24 ottobre 2008
Provincia di Cosenza: Mario Oliverio imponga le dimissioni di Luigi Garofalo dal consiglio provinciale di Cosenza

L’impegno antimafia si dimostra coi fatti, prima che coi convegni. Un bene che Salvatore Borsellino non abbia parlato all’iniziativa sulla legalità organizzata dalla Provincia di Cosenza
Paolo Borsellino morì a Palermo, in Via D’Amelio, il 19 luglio 1992. Con lui, gli uomini della scorta, fra cui una ragazza, Emanuela Loi. Servitori dello Stato. Per sempre.
Salvatore Borsellino sta parlando a quell’Italia che cerca e chiede verità sulle stragi, le ingiustizie, i rapporti fra istituzioni e mafia. Le collusioni. Borsellino lotta per il futuro dei giovani come Emanuela, che non può essere tv, deficit, crisi, disoccupazione, angoscia, morte quotidiana, assassinio. Porta con sé l’eredità del fratello Paolo, che in realtà non è stato cancellato nel terribile attentato di quell’anno caldo, nel quale l’amico e collega Giovanni Falcone fu ucciso, solo fisicamente, assieme alla moglie e agli agenti di tutela.
Il 22 ottobre scorso, Borsellino doveva intervenire a un convegno organizzato dalla Provincia di Cosenza, intitolato “Per un ambiente libero da tutte le mafie”. Non abbiamo ragioni per credere che l’ideatrice, Daniela Caprino (Verdi), molto impegnata nell’ingegneria sociale, non l’avesse pensato per buoni fini. Piuttosto, ci viene da supporre, e lo abbiamo scritto chiaramente, che big della politica locale potessero acquisirne prestigio, in termini di immagine, vicine le elezioni provinciali della primavera 2009. Abbiamo avuto modo di sentirla per telefono e di rappresentarle quanto segue: i governanti che non assumono concrete iniziative politiche contro il malaffare non debbono presenziare a iniziative antimafia. Non possiamo più stare fermi o muti, davanti a comparsate ed esercizi retorici d’una politica immobile, che ha determinato, anche non intenzionalmente, pericolose commistioni in Calabria, regione del sottosviluppo, degli affari, delle truffe e degli impuniti. Questa politica ne trarrebbe giovamento, pubblicità; specie se a occasioni del genere partecipano personaggi notoriamente in prima linea contro la criminalità organizzata. Ciò ci sembra ovvio, a Sud come a Nord.
Salvatore Borsellino non è andato all’appuntamento di Cosenza per mere ragioni familiari. Noi abbiamo scritto un pezzo, in proposito. Abbiamo interrogato Mario Oliverio (nella foto in alto con Alfonso Pecoraro Scanio, ndr), presidente della Provincia, circa la sua fermezza, in quanto politico e governatore, in ordine alla presenza mafiosa nel territorio. Oliverio non ci ha ancora risposto, benché il nostro scritto sia stato pubblicato anche sui siti di coraggiosi esponenti dell’antimafia: Salvatore Borsellino, Sonia Alfano, Benny Calasanzio.
Fin qui, da Oliverio soltanto silenzio, un silenzio che non ci piace. Non lo comprendiamo né lo accettiamo. Un amministratore pubblico deve intervenire, se è chiamato in causa. Lo vuole in primo luogo la democrazia. Noi attendiamo comunque che dica la sua, su queste pagine, relativamente alle questioni poste. Se non dovesse succedere, ognuno potrà avere la sua opinione.
Nel consiglio provinciale di Cosenza siede ancora Luigi Garofalo, 31 anni, di Cassano (Cosenza). Accusato, insieme al consigliere regionale Franco La Rupa, di concorso esterno in associazione mafiosa. In un’ordinanza del gip di Catanzaro Antonio Battaglia, è scritto che Garofalo ha stretto rapporti col presunto boss Antonio Forastefano, in nome e per conto di Franco La Rupa (Udeur), già sindaco di Amantea (Cosenza), arrestato nel marzo 2008. Secondo l’accusa, rappresentata dal pm Vincenzo Luberto, la mediazione di Garofalo sarebbe servita a La Rupa ad avere l’appoggio della famiglia Forastefano, in cambio di soldi e favori, per le elezioni regionali della primavera 2005. Secondo il pm Vincenzo Luberto, titolare dell’inchiesta, che si chiama Omnia, non c’era area nella Sibaritide che non fosse sotto il controllo dei Forastefano. Luberto aveva chiesto l’arresto di La Rupa e Garofalo, senza ottenerlo.
Che cosa ha fatto Mario Oliverio, riguardo a Garofalo? Nel 2004, Oliverio fu eletto presidente della Provincia di Cosenza anche coi voti di Garofalo, diventato consigliere provinciale. Vale ricordare che le elezioni provinciali prevedono un collegamento fra candidato consigliere e candidato presidente: votando il primo, si sostiene automaticamente il secondo.
Da qui non deriviamo affatto che Mario Oliverio abbia preso voti di mafia né sosteniamo che Garofalo sia un mafioso; il che è escluso dalla Costituzione, che prevede tre gradi di giudizio.
Quel che conta, per noi, è il discorso etico. In un paese civile, si deve dimettere chi, nelle istituzioni, è accusato d’un reato grave come il concorso esterno in associazione mafiosa.
Noi non sappiamo quale sia stata, nella fattispecie, la posizione di Mario Oliverio. Garofalo è li, in consiglio provinciale. Si muova adesso, se sino a oggi ha in qualche modo “tollerato” la permanenza di Garofalo in consiglio e si adoperi per le sue immediate dimissioni. Lo faccia in fretta, se ancora vuole presentarsi agli elettori come candidato presidente, promotore di convegni antimafia. Questo non sarebbe un’ingiustizia, ma un esempio, un dovere.
Che Salvatore Borsellino non sia andato a parlare a Cosenza è stato un bene. Almeno per chi, come noi, ha le sue stesse idee, i suoi stessi princìpi, i suoi stessi obiettivi di legalità e giustizia.
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mercoledì 22 ottobre 2008
Provincia di Cosenza chiama Salvatore Borsellino a parlare su mafia e politica. Al presidente Mario Oliverio lo ha suggerito il ragionier Patò?

Campagna elettorale anticipata. Proclami ipocriti della politica, incoerente e pronta a sfruttare tutto
Dal sito di Ebeteinfiore apprendiamo, senza meraviglia, che domani pomeriggio, nel Salone degli Stemmi della Provincia di Cosenza, si terrà un convegno intitolato “Per un ambiente libero da tutte le mafie”, promosso dall’assessorato all’Ambiente della stessa amministrazione.
Luigi Marrello, titolare della delega, illustrando l’appuntamento ha detto: «Salvatore Borsellino verrà a parlarci della rete di complicità attiva e dei silenzi spesso compiacenti della politica e di alcuni settori dell’informazione nei confronti della mafia e delle complicità e dei silenzi che hanno spesso avuto la meglio sulla verità e sulla giustizia». «Al centro del suo intervento - ha proseguito Marrello - saranno, dunque, due parole: legalità e informazione, una drammatica emergenza ieri come oggi».
All’incontro, parteciperà anche, ovviamente, il presidente della Provincia di Cosenza, l’onorevole Gerardo Mario Oliverio, del Partito democratico. Oliverio è stato deputato della Repubblica per quattro legislature consecutive, assessore calabrese all’Agricoltura e sindaco di San Giovanni in Fiore (Cs). Dal 19 settembre 2001 al 23 gennaio 2006, è stato membro della Delegazione parlamentare presso l’assemblea del Consiglio d’Europa e della Delegazione parlamentare presso l’assemblea dell’Unione dell’Europa Occidentale. Da poco, ha confermato la sua candidatura alla presidenza della Provincia cosentina, la più estesa e popolata della Calabria. Decisiva, quindi, per gli assetti politici regionali. Le elezioni provinciali si terranno nella primavera del 2009.
Non indagato, è spesso considerato il politico più influente della sinistra cosentina; sempre eletto con percentuali bulgare, specie nell’alto Ionio.
Si dovesse valutare sulla fedina penale, non gli si potrebbe obiettare alcunché.
In Italia, la cultura dominante dello spicciolo e dell’effimero ci induce a pesare i governanti sulla sola scorta di sentenze e pendenze, in assenza delle quali ci è negato il diritto al giudizio politico, assicurato, invece, dalla Costituzione (articoli 3 e 21).
Mario Oliverio ha saputo riciclarsi: comunista di ferro contrario a Occhetto, burbero verso la Chiesa ne è astutamente diventato simpatizzante. Negli anni, ha assunto atteggiamenti progressivamente moderati. Ha cambiato look e da marxista s’è fatto governatore in blu. Oggi porta la cravatta e rilassato evoca, per l’abito firmato e il capo raso, l’asciutto sodale Marco Minniti, già viceministro degli Interni. I suoi discorsi sono pieni di termini sonanti: «modificazione», «risoluzione», «programmazione», «codificazione», «calendarizzazione», «affastellare».
Esclusivamente per questi dettagli, non sarebbe che uno degli innumerevoli camaleonti della «Casta», incoerenti nelle idee, nell’estetica, nella sostanza. Fumosi, retorici. Uno dei tanti trasformisti abili che hanno saputo vendere la propria immagine, adeguandosi alla nazione degli smemorati, incapace di rammentare identità e storie di primi ruoli e controfigure.
Mario Oliverio è, anzitutto, il responsabile politico dell’arretratezza nella Calabria settentrionale, il cui sviluppo è, a vari livelli del sistema, ostacolato da clientelismo becero e irresponsabilità istituzionale.
Una posizione del genere potrebbe apparire poco giornalistica e magari dettata da istintività o analisi di superficie. Qualcuno la leggerà di sicuro come sintesi partigiana, sulla base della prassi, ben poco logica, per cui le opinioni sono da ricondurre a schemi e volontà dei partiti.
Noi veniamo da San Giovanni in Fiore (Cosenza), lo stesso orrendo centro in cui Oliverio è nato e grazie a cui ha costruito le sue fortune politiche. Forte d’un largo consenso mutuato dallo zio, lì ripetutamente sindaco, ha saputo eliminare ogni concorrenza interna, impedendo politicamente l’alternanza, il confronto, il pluralismo. La normalità.
San Giovanni in Fiore è forse il comune più assistito d’Europa: 18 mila abitanti, quasi 1200 persone presero, diverse delle quali barando con complicità di politici, il Reddito minimo d’inserimento, misura statale di sostegno concepita nel 1997 da Livia Turco. San Giovanni in Fiore conta seicento forestali, assunti per calmare le acque in seguito a proteste incivili alimentate dalla politica, all’incendio di sale municipali, a blocchi stradali e delle nettezza urbana. Ci sono, poi, 200 lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità.
San Giovanni in Fiore ha uno spaventoso tasso di emigrazione e vi trafficano ’ndrine del crotonese e forse di Gioia Tauro. Nicola Gratteri, ci pensi lei! Conta 21 autosaloni e 10 macellerie.
Il giovane Antonio Silletta fu ucciso in zona dalla ’ndrangheta. Gennaio 2006, sequestrato, sparato, carbonizzato. La madre morì di crepacuore, la società restò muta. Non si hanno invece notizie di Pino Loria, un ragazzo del posto con precedenti per spaccio come Silletta. Sparito.
San Giovanni in Fiore, a dispetto del suo nome, è anche fenomenale per la speculazione edilizia: case a cinque piani che levano il respiro e mostruose soluzioni urbanistiche di cemento armato: uno scempio che qualcuno deve aver autorizzato. Dove stava Oliverio?
Due fedelissimi sostenitori, che all’occorrenza a Oliverio procacciano voti a San Giovanni in Fiore, suo feudo elettorale, risultano rinviati a giudizio dal Gup distrettuale di Catanzaro, Alessandro Bravin. Il fatto è del 2005, l’ipotesi è di estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Nell’operazione, denominata Ciclone, figura anche Guirino Iona, ritenuto pericoloso ’ndranghetista, attualmente in regime di 41 bis. Gli uomini in questione sono Domenico Ferrarelli e Giuseppe Spadafora, titolari di Ferspa, impresa edile che ha eseguito vari lavori pubblici, fra cui l’Istituto d’Arte di San Giovanni in Fiore, voluto e pagato dalla Provincia di Cosenza. Ferrarelli, in società con l’imprenditore edile Atteritano, gestisce anche una casa di riposo a San Giovanni in Fiore, un tempo opera di carità della Diocesi di Cosenza. Non è ancora chiaro come la Chiesa, che beneficiava d’un comodato del Comune, l’abbia ceduta a privati. Questi, per le notizie reperite in municipio, non pagherebbero fitto all’ente pubblico, pur svolgendo attività di lucro.
Secondo il consigliere provinciale Mimmo Barile (Pdl), Oliverio riuscì a destinare poco meno di 250 mila euro di fondi pubblici, usciti dalle casse provinciali, alla Fondazione Europa Mezzogiorno Mediterraneo, creatura dello stesso presidente. Fu uno dei suoi primi atti, appena proclamato governatore della Provincia di Cosenza. La fondazione fece appena qualche convegno e, pare, sostiene Barile, «beneficiò in seguito di cospicui finanziamenti, quando Massimo D’Alema era ministro degli Esteri».
Di là da dichiarazioni di parte opposta, che, nell’assoluta indifferenza di pezzi dell’opinione pubblica e di certa magistratura, potrebbero produrre schiocche argomentazioni difensive o costarci volgari accuse di interesse, Oliverio ha trasformato una piscina pubblica in centro sportivo polifunzionale. A San Giovanni in Fiore.
Per completare la struttura originaria, mancavano 150 milioni di vecchie lire. Ferma e abbandonata al vandalismo, dopo un servizio di Moreno Morello sulla popolare trasmissione Striscia la notizia, Oliverio ha voluto cambiarne la destinazione d’uso, per un costo complessivo di 1,6 milioni di euro. L’impresa edile LS Costruzioni di Casal di Principe (Ce), capitale sociale di 10 mila euro, s’è aggiudicata l’appalto, affidandolo a una ditta di San Giovanni in Fiore. Ne ha scritto Ilario Lombardo sul quindicinale Diario. Non si sa, poi, quando l’opera sarà consegnata, anche per causa d’un blocco dei lavori, su cui nessuno osa esprimersi. Parlare non conviene.
Oliverio ha sponsorizzato alle regionali del 2005 il candidato Nicola Adamo, in competizione per un posto in Consiglio regionale. Con la sua scelta, ha levato voti ad Antonio Acri, dello stesso partito di Oliverio, della stessa città, entrato nel parlamento regionale senza l’appoggio degli allora Ds di San Giovanni in Fiore, che in massa votarono Adamo.
Nicola Adamo è indagato dalla Procura di Paola per il settore eolico calabrese e la Procura della Repubblica di Catanzaro ha per lui ipotizzato i reati di truffa, abuso d’ufficio e associazione a delinquere. La moglie di Adamo, Enza Bruno Bossio, è rinviata a giudizio in Puglia per truffa e falso ideologico. Col marito condivide le ipotesi di associazione a delinquere e truffa, scrive il sito Rete per la Calabria. La donna fu amministratore delegato di Vallecrati, la spa che opera nello smaltimento dei rifiuti nel territorio cosentino.
Nel settembre 2008, decise agitazioni di suoi dipendenti, non pagati per mesi, hanno determinato gravi problemi di servizio nella città di Cosenza, i cui rifiuti, per la storica inezia e immoralità degli amministratori regionali, sono stati riversati nella discarica di Vetrano, in agro di San Giovanni in Fiore. A riguardo, il municipio ha riferito che è al momento Rende, nella conurbazione di Cosenza, ad essere autorizzata a scaricare a Vetrano. E Cosenza, mistero buffo?
La giunta comunale di Cosenza considera cessato lo stato di emergenza che ha riguardato lo smaltimento dei rifiuti urbani. Dobbiamo crederci?
Nel sito sono state effettuate delle ispezioni dell’Arpacal, l’agenzia della Regione Calabria per la protezione dell’ambiente. Secondo il quotidiano La Gazzetta del Sud, le conclusioni dei controlli tecnici dell’Arpacal sono state recentemente trasmesse alla Procura della Repubblica di Cosenza.
Di Vetrano si servono oggi una trentina di comuni cosentini, mentre in origine la discarica era stata pensata per il solo Comune di San Giovanni in Fiore.
In una recente apparizione televisiva a Perfidia, trasmissione sull’emittente Telespazio Calabria, Gianni Maraniello, presidente dimissionario di Vallecrati in carica per comprovate competenze, ha accusato la politica di irresponsabilità, con ovvii riferimenti all’area geografica di competenza della spa. Per i rifiuti nella Calabria del nord, potrebbe scoppiare una monnezzopoli: ci sono molti aspetti amministrativi da vagliare e scelte e immobilità politiche inquietanti.
Vallecrati è stata una creatura dei big della politica cosentina, che ai vertici hanno collocato alcuni loro adepti, incapaci o forse predatori, forse professionisti della truffa, forse affaristi abituati.
I comuni che si sono riuniti per lo smaltimento dei rifiuti, di cui si fa carico l’omonimo consorzio, hanno visto aumentare le uscite e le inefficienze. Un disastro, a sentire chi ne ha seguito le traversie: pagamenti ritardati, disagi, inadempienze, merda, morte.
Esiste, poi, un’indagine dell’associazione Le Libertà, di San Giovanni in Fiore, che ha registrato un aumento dei decessi per tumore (solo per i casi seguiti negli ospedali calabresi) pari al 50%, negli ultimi 7 anni. Tumori fulminanti hanno provocato la morte di persone che vivevano nei pressi di Vetrano. Trovati morti animali, volatili, pesci. Il Gr1 della Rai ci ha realizzato un servizio, firmato da Enrica Majo.
Dove stava, nel frattempo, Mario Oliverio, che c’è sempre, quando si tratta di coordinare la propria coalizione e stabilirne le strategie elettorali?
Per mesi, è rimasto contemporaneamente alla Camera dei Deputati e alla presidenza della Provincia di Cosenza. Ogni parlamentare rappresenta la nazione, senza vincolo di mandato. Rilevando, quindi, una mancanza di specifica competenza, quasi nessuno lo chiama in causa, in proposito. Tanto chi, nel Belpaese, è strettamente competente in senso amministrativo? Benedetto lo scaricabarile.
Mario Oliverio, sindaco, assessore regionale, quattro volte deputato e ora presidente della Provincia di Cosenza, ha taciuto? Non ha visto? Non s’è accorto della necessità di salvaguardare politicamente, nel cosentino, trasparenza, legalità e giustizia? Non ha mai parlato coi ministri e cogli amministratori regionali della sua parte politica? Non ha occupato delle cariche che potevano consertirgli di esercitare una forte azione politica a tutela della comunità, smembrata, sfiduciata, disperata e rassegnata al brutto e all’assurdo?
Che opposizione ha condotto? Che indicazioni ha dato, governando, perché nella provincia di Cosenza si invertisse la rotta, rinunciando a logiche clientelari che impoveriscono il tessuto sociale e distruggono il senso dell’etica?
Che cosa ha fatto per fermare, tornando alla politica vera, quella di cui parla Hannah Arendt, scempi, speculazioni e ricatti?
Quanto Oliverio ha inciso politicamente nella lotta vera alla criminalità organizzata, nella formazione d’una coscienza critica, nella partecipazione della base al farsi della politica e all’ingegneria sociale?
Ha vigilato sulla zona grigia, arginandone l’espansione?
Ha creato, con una politica opportunistica fondata sulla conservazione del potere, una società sparente o perfettamente sottomessa, incapace di difendere i propri diritti?
Sa chi è Salvatore Borsellino e in nome di chi e di che cosa gira per l’Italia, coraggiosamente informando e stimolando quella parte sana della nazione che ha un quadro preciso della trattativa in Sicilia, delle trattative in Calabria e delle collusioni in Campania?
Sa che Salvatore Borsellino è un uomo che, passati anni dalla morte del fratello Paolo, non si commuove più e manifesta invece rabbia per i misteri di un’Italia imbavagliata dai poteri forti, ferita da troppi traditori dello Stato?
Chi sarà il prossimo? Ci risponderà mai?
Luigi Marrello fa invece il cuoco. Sembra per passione. Cucina deliziosamente al ristorante Casa Lopez. Tanto per cambiare a San Giovanni in Fiore.
Il ristorante si trova in un immobile su cui gravavano dei vincoli. Palazzo storico, ci dormirono i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, prima di essere fucilati presso il Vallone di Rovito. Secondo Antonio Nicoletti, dirigente nazionale di Legambiente, nella fattispecie ci fu una speculazione edilizia.
Il Comune, amministrato da uomini vicini a Mario Oliverio, approvò una variazione al piano regolatore generale grazie a cui, sempre per Nicoletti, i proprietari dell’edificio, alcuni dei quali del partito dei Verdi, lo stesso di Marrello, sarebbero riusciti ad avviare l’attività. Uno di loro è Luigi Andrea Loria, nominato membro d’una commissione regionale per la Cultura. Non si conoscono le ragioni. Medico, sarà forse un esperto di storia dell’architettura, di italianistica o di teologia medioevale. Gioacchino da Fiore, che lì fondò il suo ordine e la sua abbazia, non deve rivoltarsi.
Marrello, invece, ha fondato il partito dei Verdi in Calabria, di cui fa parte l’ex assessore regionale Diego Tommasi. Fra i due, per onestà intellettuale, non corre buon sangue. Ma il partito è un po’ come una religione.
Nel decreto di perquisizione del 15 giugno 2007 firmato dall’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, si legge che un teste riferisce di Tommasi: «I rapporti tra Saladino e l’attuale assessore regionale all’ambiente Diego Tommasi sono assai stretti; Saladino un giorno mi ha chiesto di accompagnarlo dall’assessore all’ambiente, c’era anche Enza (Bruno Bossio, ndr) e siamo andati a pranzo insieme». De Magistris, quindi, domanda: «È successo che abbia incontrato presso gli uffici dell’assessore Tommasi la Bruno Bossio?». L’interrogato afferma che è successo due volte e aggiunge: «Tommasi ha anche affidato una gara alla Why not, quando Saladino era ancora il referente di questa società; quando ho rotto i rapporti con Saladino anche Tommasi non ha voluto più avere rapporti con Why not».
A conclusione di questa necessaria carrellata, si può dire che Mario Oliverio e il suo assessore Luigi Marrello hanno a cuore l’eredità di Paolo Borsellino e per questo invitano il fratello Salvatore a parlare, come ha sottolineato Marrello, «dei silenzi spesso compiacenti della politica e di alcuni settori dell’informazione nei confronti della mafia e delle complicità e dei silenzi che hanno spesso avuto la meglio sulla verità e sulla giustizia».
Paolo e Salvatore Borsellino hanno un’anima, una storia e un’etica chiara. Chiarissima. Splendida.
Emiliano Morrone
Francesco Saverio Alessio
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19luglio1992.com con un commento di Salvatore Borsellino
L’articolo con un commento di Sonia Alfano
L’articolo con un commento di Benny Calasanzio
antimafiaduemila: commento di Salvatore Borsellino
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